Lutto

Era come mio fratello, come il mio compagno di avventure, era il ragazzino con cui giocavo a pallone in assolati e caldi pomeriggi d’estate nel cortile sotto casa, tirando pallonate assordanti contro la saracinesca del garage della signora del terzo piano, quel ragazzino con cui fumai la prima sigaretta, quel ragazzo con cui rubai la macchina di suo nonno e con la quale andammo a sbattere contro un muro dopo soli 10 metri e tante risate. Quello stesso ragazzo che chiamato per il servizio militare ci rimase, a fare il militare,  perchè non sapeva fare nulla, non sapeva fare altro. Ma siccome oltre a non saper fare nulla faceva anche tutto quello che gli ordinassero, un giorno partì per un paese lontano, a combattere una guerra di cui ignorava l’esistenza fino a  quando le pallottole non gli fischiarono sulla testa. Glielo ordinarono. Non gli ordinarono però di non tornare mai più in patria dalla propria madre, dai propri amici, da chi lo aspettava ricordandosi del rumore sordo del pallone contro il metallo della saracinesca… ma lui a questo non ordinò e sul campo di battaglia ci rimase, disobbediendo, un’unica volta.

Era nero, aveva righe su tutto il copro, era fatto di plastica ondulata, ed era poco più grande di un A2. I suoi tatuaggi erano adesivi racimolati un po’ ovunque. Non aveva un nome, Ma aveva una storia.

Comprai QUELLA cartellina all’inizio del primo anno, prima dell’esame di Rappresentazione 1. Me la ricordo ancora incellophanata sullo scaffale della cartolibreria, la presi, la liberai dalla plastica, la resi libera e lei mi ringraziò brillando sotto la luce dei tubi al neon.

La prendo!

Da quel momento siamo stati inseparabili, un po’ come il guerriero indiano e il suo cavallo o come i tizi blu di avatar con gli pterodattili o come cicciolina con il cazzo. Pappa e ciccia, dove andavo io lui mi seguiva . Abbiamo sofferto, gioito e pianto sempre insieme.

[ora è un LUI, sullo scaffale era una LEI, non so bene perchè, forse non ho mai avuto molto chiaro di che sesso fosse, ma infondo quando ci si ama ha ben poca importanza]

Mi diceva in una serata primaverile come questa:

“Sai, sarei sempre voluto andare in Sardegna, vedere le sue bellezze e il Golden Gate Bridge, la grande piramide e poi assaggiare la sacher, la vera sacher della barbagia, insieme a te, seduti a piazza di spagna mentre il sole tramonta dietro il Gange”

E io:

“Se potessi lo sai che ti ci porterei, amore mio… ma sai anche che per il convegno la ditta paga il viaggio solo a me e che in questo periodo non ce la passiamo troppo bene economicamente per riuscire a comprare tutti gli psicofarmaci che ti servono”

E lui chiudendo il libro, mettendolo sul comodino e girandosi dall’altra parte mentre spegne la luce:

“Lo so amore, è solo che pensavo… Promettimi che mi porterai qualcosa di tipico. Promettimelo”

Io:

“Ma certo, dormi tranquillo ora, amore mio…”

Gli comprai un adesivo, con i 4 mori disegnati sopra, glielo diedi appena tornato a casa mentre lo abbracciavo. Lui mi baciò forte, poi prese il mio regalo, lo guardò e rimase interdetto, guardò ancora, meglio, e non capì perchè gli avessi portato 4 negri africani sudati disegnati su un pezzo di plastica adesiva bianca anziché la sacher della barbagia o una boccetta d’acqua santa del gange in cui tanto sperava.

La sua schizofrenia stava peggiorando pensai in quel momento ma il suo amore era sempre lo stesso e con un sorriso appiccicò quel pezzo di plastica bianco in un angolino del suo corpo.

Un giorno poi, quando pensavo che tutto sarebbe durato per sempre, esce. Lui e mio fratello escono insieme a fare commissioni.

“Andiamo a fare un giro” mi dissero.

Preparai la cena per quella sera, misi anche le tovagliette blu, che gli piacevano tanto e lo aspettai seduto a tavola ma a rientrare quella sera fu solo mio fratello, trafelato e madido di sudore.

Lo feci sedere, gli diedi un bicchiere d’acqua e lo feci parlare.

“RACCONTA! Che gli è successo?”

Ma già lo sapevo che lui non c’era più e che quella sera e tutte le altre sere della mia vita avrei mangiato da solo.

Le ricostruzioni della scientifica che triangolò le ultime tracce lasciate dal suo cellulare e la testimonianza di alcuni venditori ambulanti di melodie gitane riferiscono che stava su un vagone della Roma – Lido verso le 7 di quella sera. Nessuno lo ha visto scendere a nessuna stazione e al controllo prima del deposito il conducente non ha trovato niente di strano, nemmeno una traccia. Gli investigatori dicono che può essere stato rapito o che a causa dei problemi mentali di cui soffriva si sia lanciato dal finestrino. Il suo corpo probabilmente giace abbandonato ed esposto alle intemperie su una massicciata della tratta ferroviaria Roma – Lido smembrato da un barbone in cerca di un caldo giaciglio al polietilene a bolla chiusa laccato nero. So per certo che ne sarebbe stato felice. Questa è l’unica consolazione.

Ti amo cartellina mia e anche se non ti rivedrò mai più sappi che sono stati i tre anni migliori della mia vita.

N.B.: Non so come sia possibile far morire una cartellina in guerra e poi smembrata da un barbone della Roma – Lido ma ai fini della storia era necessario
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